Uno straordinario uomo comune


paulHo ripensato a Paul per caso, stasera, chiacchierando con una persona speciale. Ricordandomi che l’avevo dimenticato da troppo tempo. Questo il nostro incontro, anni fa, nella mia Bruxelles, mentre preparavo la tesi di master sul ruolo dei media nel genocidio ruandese.

Scendo dalla metro in una luce quasi irreale. Nel cielo il sole lascia spazio a una luna piena in un cielo terso. L’aria è fresca, il cuore batte a mille. Cerco di leggere la cartina, chiedo conferma a un’elegante signora avvolta nella sua pelliccia, e mi incammino. Con passo sicuro, ma non troppo veloce. Sono in anticipo. Arrivo davanti a una villetta di mattoni rossi, su due piani, con un’auto blu parcheggiata nel vialetto. Per arrivare al portoncino d’ingresso c’è una discesa alquanto ripida, penso a come può essere d’inverno, quando gela. Penso a come uscire da quel garage. Mi risponde lui al campanello, dico solo “sono Alessia”. E dopo mezzo minuto, si apre la porta. Paul Rusesabagina: un signore piccolino, che con un sorriso fa sparire tutte le mie paure e l’ansia che ho provato prima di arrivare. Parla al telefono in inglese, con un giornalista. Organizzano il viaggio e la cena della fondazione Hilton, scelgono il menù. Mentre è al cellulare, mi accompagna di sopra, in casa. Ci accomodiamo in un salotto caldo, con le tende gialle, la radio in sottofondo, profumo di piatti africani, di spezie. Sento rumore di pentolame in cucina. Al muro le foto con Bush e Kofi Annan, lo Human Rights Award. Sulla tv due pappagalli della Thun. Penso che sarebbero piaciuti alla mia mamma. Mi sento subito a mio agio, non tiro nemmeno fuori i miei fogli, le mie domande, mi sistemo solo comodamente sul divano, e con un sospiro sono pronta. E quando iniziamo a parlare dimentico anche il registratore, voglio semplicemente carpire ogni singolo momento, ogni particella e ogni sensazione che sto provando. Parliamo, mi racconta, è tutto cosi..interessante e spaventoso al tempo stesso. Discutiamo del ruolo della radio durante il genocidio, delle Nazioni Unite, del popolo, del mondo. Mi sento in colpa, in colpa per tutto ciò che tutti noi, l’ONU, non abbiamo saputo fare. O meglio, ciò che nessuno ha voluto fare. È difficile fare le mie domande a qualcuno che ha vissuto tutto questo, ma allo stesso tempo gli dico che fatico a comprendere, fatico a immaginare. Mi spiega, paziente, e vedo finalmente molte cose, ma soprattutto vedo la sua umanità. Nelle interviste che ho letto in questi giorni ho spesso trovato delle sue dichiarazioni in cui diceva di non sentirsi un eroe, ma forse in fondo non ci ho creduto fino a quando non mi sono trovata nel suo salotto con sua moglie a parlare delle vacanze di Natale che hanno passato in Italia. E mentre la guardo sorridere, non posso non pensare a cosa può aver provato quando improvvisamente le milizie le hanno strappato dalle braccia un figlio di un anno e nove mesi allo scopo di ucciderlo, in quanto minaccia per tutti gli Hutu del Paese.
Sono uscita con la promessa che avrei potuto richiamarlo se ne avessi avuto voglia e bisogno. Sono uscita di li con la certezza che sia ancora possibile fare qualcosa per cambiare il mondo, per aiutare gli altri. Difficile, ma finché ci saranno in giro persone come lui, possibile. Penso che sia uno di quegli incontri che ti cambiano nel profondo.

Durante il genocidio che ha sconvolto il Rwanda nel 1994, Paul Rusesabagina era il direttore dell’Hotel des Mille Collines di Kigali, dove con la sua abilità e il suo coraggio è riuscito a nascondere e salvare 1268 Tutsi da morte certa. Dopo quei terribili mesi, è riuscito a trasferirsi in Bruxelles, dove oggi vive con la moglie Tatiana e i figli. Ho avuto  l’onore di incontrarlo. Dalla sua esperienza è stato tratto “Hotel Rwanda”, un film che tutti dovremmo vedere. Per cercare di capire. Capire perché troppo spesso abbandoniamo l’Africa a se stessa.
Post soundtrack: Imagine

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