paris en liberté


È una parigi alla De Andrè quella di Robert Doisneau. Che amava passeggiare, macchina alla mano, aspettando il momento giusto, quello in cui lo scatto si trasformava in storia. Ed è cosi che prendono vita le due sedie vuote delle Tuileries, la gargouille che mangia la Tour Eiffel, i bambini che giocano, la frenesia del mercato de Les Halles. È un viaggio in bianco e nero spiando nelle case, nei bistrot, nei camerini di un teatro e dietro le sfilate di Dior. Tra vite normali, occhi tristi, stanchi, frenesia, tuffi, svago e stelle. Simone de Beauvoir seduta sola al tavolo di un bar. Picasso che fissa una pagina di Vogue. Se quste immagini avesero un sottofondo, senza dubbio sarebbe di Edith Piaf. La stessa malinconia, la stessa forza. entrambi in bianco e nero. E proprio Doisneau ci parla durante la mostra, «il y a des jours où l’on ressent le simple fait de voir comme un véritable bonheur. On se sent si riche qu’il vous vient l’envie de partager avec les autres une trop grande jubilation. Le souvenir de ces moments est ce que je possède de plus précieux. Peut etre à cause de leur rareté. Un centième de seconde par ci, un centième de seconde par là, mais bout à bout, cela ne fait jamais qu’une, deux, trois secondes chipées à l’eternité».
E quindi si parte, semplicemente, lo si segue nel suo girovagare, tenuti per mano guardando con lui nell’obiettivo. E poi, d’incanto, si, quel bacio. Quel famoso bacio davanti all’hotel de ville, ultimo della sequenza di baci tra due motociclisti, in mezzo a una strada, su un sidecar. Quel bacio a cui i passanti non sembrano fare caso, quel bacio che tutti vorremmo. La foto di una vita. Se siete a Roma, non perdetevela per nessun motivo. E concordo con il giornalista del Manifesto, che conclude la sua recensione così: Merci, monsieur Doisneau, per aver provato che un bacio può sfiorare l’eternità.

Post soundtrack: Non, je ne regrette rien, Edith Piaf

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