la verità in fondo al pozzo


«Una crescita personale. Senti dentro di te maturare il sapere e la tolleranza verso gli altri popoli. Anche se è una fatica enorme». Così, con l’infinita modestia che caratterizza tutti i protagonisti di questo incontro, Gianfranco Botta, reporter della Rai, riassume le esperienze in Paesi in guerra. L’Egitto, l’Afganistan. Pallottole, ferite, viaggi nei carri armati con l’esercito. «Un pomeriggio sono dovuto rimanere tranquillo nel tank per quattro ore, perchè eravamo sotto tiro e non appena mettevamo la testa fuori, ci sparavano addosso». Già, “tranquillo”.
Ho ancora negli occhi le immagini di Gianfranco, quando il microfono passa a un ragazzo giovanissimo, che ascoltava attento con una giacca kaki e una kefiah al collo. Fabio Bucciarelli è un fotografo. Perchè ha lasciato una grande agenzia per diventare fotografo di Guerra? «Perchè il giornalismo diventa un’ossessione, si deve cercare la verità, anche se in un Paese in guerra verificare le fonti e credere a ciò che si vede è ancora più complicato». Non vorrebbe si dicesse, ma è sua la foto di Gheddafi morto. Si, quella che ha fatto il giro del mondo.
E poi è la volta di un viso storico: Toni Capuozzo, inviato da anni in luoghi difficili, luoghi di sofferenze raccontate prima sulla carta stampata e poi in televisione. In un tempo in cui i pezzi si dettavano al telefono, la notte, per far si che fossero pubblicati sui giornali. Che racconta di come sia diversa la sofferenza quando è alle porte di casa. «In Bosnia avevo l’impressione di veder soffrire la mia gente. Potevano essere i miei genitori, i miei vicini di casa. Tutti cercavamo di aiutarli in qualche modo, portando medicine e provando ad alleviare il loro dolore». Profondo imbarazzo nel riprendere le loro sofferenze. Senso di impotenza. Paura che quell’inferno possa risucchiare di nuovo anche noi, qui, nella vecchia Europa.
«A volte ci troviamo su un confine molto sottile, in cui dobbiamo decidere se intervenire o meno nelle situazioni in cui ci troviamo» racconta Guido Cravero, operatore Rai. Guido mostra una foto di Kevin Carter, che esprime tutta la disperazione di un paese, di un popolo, e del fotografo che ne è testimone. La presenza delle telecamere può esaltare o frenare la violenza, e spesso i giornalisti son scambiati per spie, il che può essere letale. «Il giornalista dev’essere partecipe, ma non partigiano. Non è sempre così facile. Dobbiamo sempre guardare nel pozzo e cercare il luccichio dell’acqua in fondo. Cercare la verità». Storie diverse, accomunate da passione, umiltà, estrema tranquillità. Almeno apparente. Cosa si prova a stare seduti tra il pubblico e ascoltare queste esperienze? Ammirazione, profonda ammirazione. Per il loro coraggio di esplorare il mondo. Per raccontarci cosa succede. Affrontare la paura, i disagi, i pericoli. Per fare del vero giornalismo. Quel giornalismo che cerca la verità. Che cerca il luccichio in fondo al pozzo. E sentire quell sogno che si risveglia, e fa muovere lo stomaco.

Grazie. Di cuore. A tutti voi. Per ciò che ci insegnate ogni giorno.

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