let’s sing the eggs….


Canté j oeuv, cantare le uova: di cosa parliamo? È un’usanza antica che si puà ancora ammirare (e subire) sulle colline delle Langhe. Ma perché si era scelto di cantare proprio le uova e non qualcos’altro? La causa è di ordine strettamente pratico. In passato in casa, e soprattutto nelle campagne, si è sempre cercato di consumare poche uova, era meglio portarle al mercato e tramutarle in zoccoli, pane, vestiti e arnesi da lavoro. Unica eccezione la domenica, in cui le uova diventavano protagoniste del pranzo, tramutandosi in tagliatelle. E dopo Pasqua, quando il sacerdote veniva a benedire le case, donargli mezza dozzina di uova era un gesto di massimo riguardo.
Tradizione vuole che nelle ultime domeniche di quaresima i giovani del paese girassero di casa in casa, accompagnati da uno strumento musicale, che poteva essere il clarinetto o la fisarmonica, ma anche semplicemente uno zufolo di legno o un tamburo casalingo. Il canto era invece formato da strofe d’occasione, a volte improvvisate sul momento, ma sempre con un unico scopo: parlare al buon cuore del vicino perché regalasse delle uova (o anche qualche soldino) in modo che la combricola potesse permettersi una bella mangiata nei prati il lunedì di Pasquetta. Quindi nessun richiamo mistico alla mitologia pagana o con risvolti spirituali: lo scopo era puramente gastronomico!
Ma come andavano esattamente le cose? Generalmente ci si recava sotto la finestra dei vicini, senza particolari bardature mitiche, semplicemente con un cesto per raccogliere le uova. A volte il suonatore di mezzo portava un ramo, un pino, anticamente anche una croce di legno. Il canto era abbastanza chiaro: lo scopo per cui la combriccola si riuniva veniva immediatamente presentato agli orecchi dell’uditore, magari svegliandolo, considerato che solitamente andava a cantare le uova dopo cena, quando già la notte stava vincendo le inconfondibili sagome delle colline. E si incominciava subito con un:

O dene, dene d’j oeuv
ma d’la galin-a bianca,
i vostri ausin an diso
che chila l’é mai stanca.

In certe zone, invece, prima di fare la richiesta si passava a strofe improvvisate di saluto e di complimento per la famiglia interpellata. Ovviamente i nostri cantori erano gente del posto, per cui conoscevano perfettamente abitudini, pettegolezzi e segreti della famiglia a cui si rivolgevano: quindi canzoni ad hoc!
Qualche esempio? Vediamo: se c’era una zitella si cantava:

An custa casa quì
a j’é ancora na tota
restà da maridé
ma se la vardi ben
a smia na matota

e se c’era un vedovo ancora relativamente giovane, ecco arrivare l’augurio di potersi sposare presto.

Ma il saluto per eccellenza veniva portato alla padrona di casa e se tutto andava per il verso giusto (con le uova nel cesto) non mancavano gli auguri di salute, prosperità, i complimenti verso la donna di casa, l’arrivederci all’anno prossimo. E se invece le uova non arrivavano, ecco la vendetta, la maledizione, l’oltraggio:

Suna, suna violin, che ‘t suni a uffa
si ié na fia da maridé a buterà la muffa.
Se anti sta casa si ié na fia grassa
e se vor nen calé, ca marsa an tla paiassa.
Se anti sta casa si ié na gran sicina
ié scheisa el cu ar gai, ra chesta a la galina.

Questa antica usanza non si è estinta, pare ci siano ancora cantori che si aggirano nei campi tra le colline delle Langhe….nelle vostre prime passeggiate primaverili tendete l’orecchio…..

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