back to brussels

CIMG0113E così alla fine sono ritornata: un we in quella che per parecchio tempo ho chiamato casa, cercando di tenere a bada la nostalgia, questa volta impresa non facile. La prima volta da quando non ci sei più, anche se ho cercato di ascoltare la voce di un’amica che mi ha consigliato di non cercarti a ogni angolo, ma di scoprire strade nuove. Ritrovarmi a fare da guida in quartieri che conosco a menadito, di cui ricordo particolari, angoli e storie, insegne e colori. Vedere la mia vita passata camminarmi a fianco. Stupirmi di come sia diventata più bella, più elegante, ma sempre amichevole e piena di buche. Guardarla sotto un cielo blu, ringraziarla per questi inaspettati giorni di bel tempo. Riconoscere campanelli e ritrovare ancora il mio nome sul portoncino di casa. Locali in cui si andava, caffè colmi delle nostre chiacchiere, passeggiate in centro. Quello sguardo alla Grand Place prima di voltarle la schiena e prendere strade nuove, proprio come adesso. E poi pique-niques su una panchina nel parco, i cioccolatini di Marcolini a merenda, le cucine del mondo la sera, la musica del festival jazz che riempiono le serate primaverili. Sentire i miei occhi che brillano quando raccontano la miriade di culture che si mescolano in questa capitale europea. Passeggiare nei parchi mano nella mano con te, che cerchi di distrarmi se vedi gli occhi diventare lucidi. E poi, rivedervi. Sedute a quel tavolo come se non fossero passati più di quattro anni, ricominciare una conversazione interrotta un secondo fa. Le lacrime che non si fermano quando in quell’abbraccio mi dici “tu m’as trop manqué. T’es partie et tu n’est plus revenue”. Toi aussi. Vraiment trop.

tappo

tappotornare a casa, sedersi sul divano e voltarsi indietro, alla giornata appena trascorsa. anzi, alla settimana appena passata. momenti semplici e apparentemente insignificanti, ma di pura felicità. una cena con un’amica vicinissima e ritrovata, con risate che non si sentivano da anni e una complicità che temevo persa per sempre. e poi l’arrivo in quella casa, la mia seconda casa, il profumo di una meringata, quella foto appesa al muro. ciao zietta. Un nome su un campanello che suona come una stonatura. e poi assistere a un incontro dopo 70 anni, condito da racconti di vita partigiana e momenti di vita di guerra, racconti di famiglie generose e bambine che correvano in cortile.  un pranzo in famiglia, con un abbraccio che cancella settimane di tensioni e ricordi di sorrisi lontani. la preparazione di un bonet, anzi due. uno spremiagrumi che sta più comodo sotto un cuscino. sguardi che vediamo solo noi. ripartire sempre con quel senso di tristezza per non essersi fermati a sufficienza, per non aver fatto una scorta sufficiente di sorrisi, abbracci e parole per colmare il divario fino alla prossima volta in cui ci rivedremo, anche se sarà tra pochi giorni. salgo in macchina e a fianco a me ci sei tu. e sorrido felice. felice di avere tutti voi.

Post soundtrack: Olandesina 

Clube de Jornalistas

clubetrovarlo è già un’impresa, questo è da dire. ma vale la pena tentare la passeggiata, inerpicarsi su per la salita e cercare una strada ovviamente non segnalata in cartina. Posso dichiarare senza paura di essere smentita che la cena al Clube de Jornalistas è stata la migliore fatta nella capitale portoghese. Appena entrati si è accolti da due vecchie macchine da scrivere Olivetti che aspettano solo di essere rimesse in funzione, circondate da giornali e riviste provenienti da ogni parte del mondo. Con un bicchiere di prosecco si percorre uno stretto corridoio che si apre su una bellissima sala dai colori accesi, riscaldati da un caminetto acceso. I menù arrivano in buste di carta, stile lettera, i piatti sono intriganti e articolati, ma senza esagerare. optiamo per un antipasto a base di moscardini in zuppetta, e poi i due must: baccalà con patate dolci e spinaci selvatici e polpo al rosmarino su purea di patate dolci (eh si, le mettono ovunque ma sono davvero buonissime). Il vino è ottimo, i camerieri disponibili e gentili e la serata scivola via leggera. Ma l’ultima sorpresa ci attende all’uscita: una borsa di tela per me e un pacchettino quadrato per il mio compagno di avventure. No, non è una saponetta, ma una scatola di buonissime sardine portoghesi. Una serata di ricordi felici.

Simone, enchantée

simoneImmaginate la Parigi di inizio ‘900, immaginate una bella donna e un piccolo uomo seduti al tavolino del Café de Flore: Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre discutono di filosofia e di futuro. Il libro di Huguette Bouchardeau, che racconta la vita della famosa scrittrice, è davvero bello. Lo si divora dalla prima all’ultima riga, assaporando ogni singolo pensiero di questa donna fantastica. Avventuriera, audace, tremendamente intelligente e anticonformista. Una di quelle donne che noi, tutte noi, non possiamo che ammirare. Avrei tanto voluto sedermi a quel tavolo e sorseggiare un the insieme a loro. Mi avrebbero ridato quel coraggio che tanto mi manca.

Aale

windowPer entrare suoniamo un campanello che appartiene al passato e appena varcato il portone si sente in lontananza l’inconfondibile rumore dell’olio bollente. le finestre sono spalancate, dev’essere così, e i due pescatori sono già all’opera da un po’, se ne sentono le flebili voci in lontananza. In casa tutto è perfettamente ordinato, come sempre, ma per la prima volta quel tavolo è apparecchiato e finalmente risate di cuore spazzano via gli ultimi difficili ricordi a cui era legato. e poi, eccole. non le mangiavo da vent’anni, da quando era la nonna a prepararle nelle famose cene della domenica sera. Già allora si sapeva ci sarebbero state perchè entrando in cortile si vedevano tutte le finestre spalancate sul cortile, nonostante fosse pieno inverno. Lo stesso profumo, la pelle croccante, accanto la famosa senape dolce in polvere che abbiamo dovuto assaggiare e modificare per farla “come la sua”. sguardi sereni, a tratti negli occhi un velo di malinconia, la voglia di tenere vivi i ricordi e non perdere quel legame con l’infanzia. i miei comfort food preferiti, intorno al tavolo le persone che amo di più al mondo. manca qualcuno, manca sempre qualcuno. ma è stata davvero una domenica dal sapore di madeleines.

bars

sbarrenon mi era ancora successo, non avevo mai varcato quella soglia prima. L’impatto è forte, pensavo di essere pronta ma forse non abbastanza. travolta da storie incredibili, fiumi di parole apparentemente incomprensibili che però nascondono drammi profondi e ancora più profonda tristezza. un gruppo di sconosciuti che poco a poco si trasformano in una famiglia, costretti a condividere quei pochi metri in cui si concentra tutta la loro vita, chissà per quanto. Una merenda a base di the e fette biscottate che diventa il principale appuntamento del pomeriggio, cinque sedie di plastica rossa adibite a salotto. passi, tanti passi in quel corridoio troppo corto, troppo stretto. un’ora e mezza, 90 minuti che cambiano per sempre il modo di guardare al mondo, agli occhi delle persone che incontri per strada e alle storie che ognuno nasconde. e dopo, quel senso di gratitudine e di leggerezza per avere la possibilità di uscire da quella porta chiusa a chiave, respirare profondamente l’aria fredda e andare in quel bar a bere una cioccolata calda. mano nella mano con te.