sempre


«Sempre è una parola enorme, irragionevole, sacra. È un avverbio che dilata il tempo all’infinito restituendo all’immaginazione il ruolo centrale che ha avuto nella tua infanzia. Rende equidistanti il passato e il futuro. Ti restituisce soprattutto la speranza. È la palla che Dylan Thomas lanciò alta nel cielo e che non è più ricaduta. Ricorre negli eloqui dei bambini, dei vecchi e soprattutto dei bugiardi. Gli adulti, nell’età della ragione, se ne tengono alla larga, preferendo avverbi meno impegnativi come chissà, forse, eventualmente. Nel Lazio va molto di moda “vedemo”. La società consumistica esige disaffezione, discontinuità, mani libere, ma oggi, in questa stagione della mia vita in cui qualcuno ha fatto scattare il tassametro, torna a essere salutare la misteriosa ebbrezza che produce anche solo a sussurrarla a sé stessi. Così mi siedo durante la pausa sotto i pini marittimi di Cinecittà, lasciando in lontananza il vociare della troupe. In questo luogo in cui tanti, prima di me, narrarono le loro storie. Lasciandomi raggiungere dal flusso buono dei tanti sempre della mia vita. È per sempre, è la festa di san Giuseppe, quando a Bologna aprono le gelaterie e mia madre mi permette finalmente di togliermi la maglia di sotto. Ed è mio padre che mi mette per sempre in piedi su di una sedia per far vedere a parenti e amici come agitando una matita, sappia imitare Toscanini. Ed è Fellini, che pedino da giorni sul marciapiedi opposto di via del Babbuino, terrorizzandolo, fino a quando mi faccio coraggio e mi risolvo ad attraversare la strada per dirgli chi sono. Per sempre dura quel suo abbraccio profumato di borotalco in cui mi accoglie. Così per sempre deve essere quel primo bacio tuo, Nicola, che pur avendo un nome maschile, trattasi di donna a me coniugata. È il 18 febbraio del ’64 e glielo chiedo come regalo di compleanno, con l’inganno, io in realtà compio gli anni il 3 novembre. E ancora in un ristorante romano i miei tre figli, i miei nipoti, mio fratello, mia sorella. I loro visi schiariti dalla luce delle candele. Li guardo uno a uno e poi penso che questa immagine di festosità io debba custodirla per sempre. E ancora a Juan les Pins, quando con la band vinciamo il festival europeo, e c’eri anche tu, Lucio. E poi suoniamo in spiaggia, per le ragazze francesi, quell’intera notte che dura per sempre. O quando in gita scolastica a Venezia, all’accendersi delle luci vedo nel grande plauso che accoglie il film, i ragazzi che l’hanno interpretato, che urlano e applaudono piangendo. E quel sempre lo ritrovo nello sguardo dei miei genitori, giovani, bellissimi, seduti nella spiaggia assolata e deserta di Rimini, in questa grande foto che è nella parete di fronte alla mia scrivania. In quel loro sorriso, rassicurante, che mi attende il mattino e mi accompagna fino alla notte. Lì, nel loro sguardo, c’è quel sempre che cerco. E ho meno paura».

- Pupi Avati a Quello che non ho

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